La pescaia di Rovezzano: tra conchiglie magiche e cascate rinfrescanti

Le avventure più belle arrivano quando meno te lo aspetti e quando, messo in moto per andare da una parte, il destino ti porta da tutt’altra e senza volere scopri un luogo incantato che mai avresti creduto.

Questo post è un piccolo grande consiglio per gli amici fiorentini, ma non solo.

E’ successo che qualche settimana fa io e le bimbe eravamo a passare il fine settimana dai miei a Firenze. Il sabato pomeriggio c’era un gran bel sole, faceva caldo e le bimbe a casa si stavano iniziando ad annoiare, avevano quel fare ciondolante di chi sta per chiedere il tablet per guardare quegli odiosissimi video di due cretini che fanno lo slime. Allora prima che tutto ciò potesse avvenire le ho fatte vestire, ho chiappato mio babbo e ho detto “perché non andiamo al Parco d’arte Pazzagli?”. Io non ci sono mai stata e sono sempre stata curiosa, nella mia famiglia abbiamo una passione sconfinata per i parchi d’arte, ne abbiamo vistii un bel po’ e tutte le volte è stata una bella avventura.

Tutto è iniziato con la “fantastica” idea del mio babbo: lasciamo la macchina al teatro tenda (lui chiama il Tuscany Hall ancora come quando ci andava a vedere i concerti lui) e andiamo a piedi camminando lungo l’Arno!

La passeggiata lungo l’Arno è bellissima sia da fare a piedi, che in bicicletta.

la prima tappa è stata fermarsi ad ammirare i murales sotto il ponte, disegni bellissimi, immaginifici con i quali inventarsi mille storie, un incastro perfetto tra architettura urbana, arte da strada e natura.

Abbiamo continuato a camminare un bel po’, anche dove non te l’aspetti, se chiudi gli occhi e poi li riapri, trovi angoli di mare in riva a un fiume, come la madonnina incorniciata di celeste, che sembra proprio quella dei pescatori.

La nostra meta era comunque il Parco d’arte Pazzagli al quale, vi anticipo già, non siamo mai arrivati, perché pare proprio che da quella parte non ci siano entrate.

Così dopo aver camminato per circa 30 minuti sotto il sole, sudati e un po’ delusi ci siamo guardati negli occhi ed ecco che la meraviglia è arrivata dove non te l’aspettavi davvero.

Avevamo passato una pescaia piuttosto invitante, in quel momento, con il caldo che faceva, già infilarci i piedi sarebbe stato un sollievo, dunque seguendo uno stormo di papere che in fila e composte nuotavano verso la cascata, le abbiamo seguite come se dovessero indicarci la strada, anche se la strada era palese, perché le avventure devi aiutarle a diventare tali.

Arrivate alle pescaia abbiamo notato che c’erano alcune persone che già se la stavano godendo, chi con una canna in mano a pescare, chi con una sdraio messa proprio sopra il getto d’acqua, chi sulle rive ciottolose con l’ombrellone a prendere il sole.

La pescaia, se l’Arno non ha troppa acqua, è percorribile a piedi, anche attraversarla diventa un bellissimo gioco rinfrescante e avventuroso, certo bisogna riuscire a guardare tutto con gli occhi di un bambino, ma questo vale sempre, per ogni cosa, che tu sia davanti alle cascate del Niagara che di fronte ad una pescaia in Arno.

Accanto alla pescaia c’è una casa meravigliosa, che sicuramente in epoca passata doveva essere stata un mulino, mio babbo dice che quella dimora è stata usata per girare un film di Francesco Nuti, ma non si ricorda quale, magari qualcuno può aiutarmi.

Il posto è meraviglioso, c’è una piccola cascata che deve essere stata il corso dove in passato la ruota del mulino portava l’acqua per far girare le macine, lì un meraviglioso salice piangente fa un ombra poetica, chi trasuda poesia non dovrà che sedersi e aspettare che salga l’ondata di bellezza.

Ma la meraviglia vera doveva ancora arrivare! In quel punto l’Arno è pieno di meravigliosi conchiglioni il cui interno è luccicante madreperla. Mio babbo dice che sono molluschi importati dalla Cina, che non si sa come, qua si sono riprodotti.

Ci siamo dunque buttati con le gambe nell’acqua per una vera e propria caccia al tesoro a chi le trovava più grandi, in mezzo a pesci che ci nuotavano intorno e rinfrescandoci in un punto dove l’acqua scorre, è trasparente e se chiudi gli occhi sembra quasi di essere al mare.

E’ stato bello anche resistere alla corrente, che non è così forte, ma che comunque crea una piacevole sensazione nelle gambe e poi sedersi sui sassi in mezzo al fiume a guardare i pesci passare, volendo uno può improvvisare anche una canna con un bastone e un filo d’erba e sperare di acchiapparne qualcuno!

Prima di andare via non ci siamo potuti esimere di fermarci sulla riva a far rimbalzare in acqua qualche sasso, facendo a gara a chi lo buttava più lontano (lontano dai pescatori, altrimenti ci avrebbero uccisi 🙂 ).

Al ritorno sulla strada abbiamo visto un un circolo arci all’aperto, dove poter mangiare, fare un aperitivo e godersi ottimi spettacoli di musica, teatro e non solo, si chiama InStabile – Culture in movimento, io credo sicuramente ci tornerò.

Insomma la pescaia di Rovezzano è un posto che mai mi sarei immaginata potesse regalarci un pomeriggio così piacevole, un luogo dentro la città, la bellezza dove non te l’aspetti.

Il Borneo pratese: Rio Buti, dove giocare a laguna blu a un passo dalla città.

C’è questo posto che arriva dove non te lo aspetti, proprio alle porte di Parto. Un luogo incantato che tutti i pratesi conoscono e dove tutti almeno una volta dai 15 ai 30 anni ci sono andati a giocare a Laguna Blu.

E’ successo così. Due domeniche fa che c’erano tante nuvole e l’afa schiacciava e ho chiesto alle bambine dove sarebbero volute andare e loro mi hanno risposto che avevano tanta voglia di andare al centro di scienze naturali di Galceti, uno dei nostri posti del cuore del quale avrò modo di parlarvi in un altro post. Fatto sta che arrivati a Galceti, il centro di scienze naturali era chiuso. Nuvole, afa e delusione erano stampati sui nostri visi che iniziavano a gocciolare di sudore.

Ed è lì che mi è venuto in mente che proprio a due passi da lì c’era Rio Buti, un luogo incantato che le mie figliole avrebbero apprezzato tantissimo, visto che sono solite scaraventarsi in qualsiasi pozza di acqua si palesi davanti ai loro occhi.

Così, come al solito cialtronamente, senza un costume, un asciugamano per asciugarsi ma solo con una bottiglia d’acqua e un po’ di biscotti – perché mangiare e bere sono priorità, altro che asciugarsi o bagnarsi le mutande – siamo partite alla volta del Rio Buti.

Ora vi do un po’ di indicazioni per arrivarci, anche se vi premetto che sono una ciofeca in questo, per cui fatevi sempre aiutare da google! A Rio Buti ci si arriva dalla via di Canneto, in macchina potete prenderla da via del Palco, la strada è meravigliosa, campagna pura a un minuto dalla città, percorrendola attraverserete la villa del Vescovo, la meravigliosa Villa Rucellai che ha un giardino all’italiana spettacolare e d’autunno c’è il frantoio dove fanno l’olio e un muro gigante tutto coperto da vite americana che i primi di ottobre si inizia a tingere tutto di rosso e io solo a pensarci mi sciolgo tutta di bellezza. Passata Villa Rucellai troverete una chiesina adorabile e poi poco dopo la strada si dirama, da una parte c’é la pedonale/ciclabile e lì è la vostra meta. La strada potete prenderla anche da Gamberame sempre a diritto finché non trovate lo svincolo con la pedonale/ciclabile. Per quelli a cui non pesa il culo, consiglio invece di parcheggiare la macchina a Santa Lucia, si attraversa il ponticino pedonale che attraversa il Bisenzio, in questo punto l’acqua è meravigliosa, il fiume largo, dal ponte si possono osservare papere, pesci e nutrie, la vegetazione è bella e rigogliosa, poi si prende la strada verso sinistra e tra alberi di fichi e susini selvatici a cui fermarsi per fare merende estemporanee, si arriva ad una biforcazione dove la strada sale e noi là dobbiamo andare. Una leggera salitina fattibilissima e siamo in via di Canneto, non ci resta che girare a sinistra ed arrivare allo svincolo con la pedonale/ciclabile. A questo punto si imbocca questa fatidica pedonale che altro non è che un ponte sul Rio Buti, ad un certo punto parte il sentiero che ci porterà al nostro Borneo pratese. Il sentiero è praticabilissimo, non con i passeggini però, perché a un certo punto diventa troppo stretto. Arrivati ad un certo punto si può scegliere se attraversare un piccolo ponte sulla sinistra o continuare a diritto nel bosco dove la strada sale. Se avete bambini vi consiglio di girare verso il ponticino, perché anche se le cascate più belle le trovate salendo il sentiero, la strada diventa un po’ complicata.

Ora basta però indicazioni. Ora godetevi tutto questo verde, il torrente che si insinua e forma dei bozzi bellissimi, delle vere e proprie piscinette di acqua bella fresca e trasparente totalmente all’ombra. Ma chi viaggia con la meraviglia negli occhi continua a far andare le gambe finché non arriva alla prima cascata. Il verde della vegetazione si riflette nell’acqua trasparente piuttosto ghiaccina, ma irresistibile, grandi sassi sui quali stendere asciugamani a mezza ombra, un posto dove è impossibile trattenersi dal richiamo dell’acqua e infatti l’adele tolti i vestiti si è buttata immediatamente, la Tea si è limitata bagnarsi le gambe, ma solo perché l’acqua è fonda, quindi se non si sa nuotare meglio fermarsi nelle bozzette che si incontrano prima di arrivare alla cascata. Arrivare fin là è comunque obbligatorio per scoprire un posto magico dove pensi che sbuchi da un momento all’altro una fata, o una sirena d’acqua dolce. Il posto è generalmente abbastanza frequentato, nonostante ciò, tutto è permeato di una pace meravigliosa e rispettosa.

Avessi vent’anni andrei subito con il mio Giovane Holden, tra un tuffo e un altro, a crogiolarmi in quel verde che calma ed eccita allo stesso tempo.

Perché per trovare la luna non è necessario andare nello spazio

E’ successo che durante il lockdown imposto dallo stronzissimo Covid-19, come molti genitori, l’ho provata a sfangare. Non è stato facile, ma ho avuto una fortuna fottuta, dovuta al fatto che ormai 10 anni fa, con la pancia al 7 mese di gravidanza, decisi che la casa dove sarei voluta vivere e crescere la mia bambina (poi diventate due), sarebbe stata necessariamente in campagna.

Ed è stato così che in quei mesi di clausura forzata abbiamo riscoperto che intorno a noi c’erano meraviglie meravigliose che mai avremmo pensato, cose piccine picciò, che però fanno cambiare l’angolazione della visione totale e trasformano la noia mortale in viaggio spaziale. Ho riscoperto con le mie bambine, Adele 9 anni e Tea di 5, la capacità di sgranare gli occhi davanti all’imprevisto; ho capito che a volte bisogna mettersi gli scarponi da montagna anche per attraversare il campo di ulivi dietro casa, perché non si sa mai dove la strada può condurre se poi sale e sale e sale; mi sono incaponita ad uscire sempre, anche quando pioveva così forte che il vento piegava gli alberi e bisognava mettersi il kway fucsia, per poi toglierselo appena sbucato fuori il sole e scoprire che il bosco ripara, ripara sempre, dal sole, dalla pioggia e anche dalla tristezza; ho amato ogni torrentello attraversato a piedi nudi anche quando fa freddo e c’hai la felpa imbottita; abbiamo scoperto che basta uno zaino con una bottiglia d’acqua e un panino con la cioccolata e non c’è nulla da temere, che dietro ogni angolo che si pensa di conoscere, c’è un incanto imprevisto da scoprire.

Dunque ho pensato che fosse bello poter condividere con voi i viaggi dietro l’angolo che abbiamo fatto e che faremo, speriamo di raccontarvi posti comuni che nascondono la meraviglia, darvi delle idee per sfangare magari un’estate cittadina, cercare di farvi viaggiare anche quando vacanza vuol dire restare.